Il Molise, tanto poco conosciuto, e spesso bistrattato, se si considera come sia stata cognata nei suoi confronti l’odiosa dicitura “Il Molise non esiste”, ha trovato un importante riconoscimento in un’opera letteraria realizzata da un importante scrittore francese, ossia il ben noto Alexandre Dumas, l’autore del celebre libro “I tre moschettieri”.
Infatti, in un’altra sua opera, ossia “Un regno insanguinato” (“forse meglio conosciuto col titolo di “La Sanfelice””[1]) (edito nel 1864/1865), si parla di un paese del Molise, e segnatamente di Larino.
In effetti, come evidenziato da parte del Presidente (all’epoca) del Rotary Club Larino nel 1988, il Professore Dott. Mario Ardizzone, in occasione della ristampa del libro appena menzionato, nella sua presentazione, si fece presente che la vicenda, che esamineremo da qui a breve, ripropose nella sua opera una vicenda realmente avvenuta nella città frentana, ossia un fatto di sangue risalente ad oltre tre secoli fa.
In particolare, nella suddetta occasione, venne citato codesto episodio nei termini descritti da Giambattista Masciotta, storico molisano, nella sua opera “Il Molise dalle origini ai nostri giorni” in cui, a pagina 201 del quarto volume (e, precisamente, (il volume riguardante il circondario di Larino, edito a Campobasso dalla casa editrice Lampo nel 1985 ndr.), si narrò per l’appunto della uccisione, mediante un agguato ordito da alcuni cittadini larinesi, capitanati da un Cornacchielli di buona famiglia della locale borghesia, di tal Francesco Carafa Stadera (Principe di Belvedere, figlio di Diomede Conte di Maddaloni e di Cornelia Muscettola), padrone di Larino, avendo costui acquistato il feudo di Larino all’asta nel 1663[2].
Più nel dettaglio, come trapela da una nota rinvenuta in un manoscritto redato da Antonio Di Palma (a cui fa riferimento il Masciotta), questo notabile del posto venne ucciso “sotto alli Cappuccini con due scoppettate che ritornava da Campomarino in galessa e si portava con esso 40 Guardiani, e l’ammazzò l’Abbate Gaetano Cornacchiello e Raimondo di Raimondo per gran trapazzi ricevuti, ad esso fu il 1° maggio 1679”[3].
Orbene, come già appena enunciato in precedenza, siffatto evento è stato oggetto di ispirazione per il succitato scrittore transalpino per descrivere una vicenda, all’interno del libro summenzionato, in cui si riporta l’episodio suesposto, trasponendola “in epoca successiva per tessere tutta l’avventura del suo protagonista fino alle giornate eroiche della Repubblica Napoletana”[4].
Premesso ciò, richiamiamo allora, a questo punto della disamina, quella parte del libro in cui si “parla” di Larino e, precisamente, quel paragrafo intitolato “Il diritto di asilo”, in cui ci si riferisce a alla cittadina frentana quale luogo ove abitò la famiglia di uno dei personaggi del libro, di nome Salvato, figlio di Giuseppe Maggio Palmieri (personaggio di cui “parleremo” da qui a breve).
Difatti, il Salvato richiama la circostanza appena menzionata ai suoi compagni, unitamente alla storia che ne fa conseguire, in cui si narra la storia di Giuseppe Palmieri (medico), appunto suo padre, innamorato, sin dalla fanciullezza, di Luisa Angiolina Ferri, anch’essa di Larino, mossa da un analogo sentimento nei suoi riguardi.
Orbene, il Conte di Molise (il personaggio storico realmente esistito dovrebbe essere proprio Francesco Carrafa Stadera) si invaghì di codesta ragazza, e iniziò a corteggiarla, invitandola ad una festa, ove lei non si recò.
A fronte di ciò, il Conte cercò di rapire la fanciulla, ma invano, essendosi costei rifugiata nel palazzo arcivescovile.
Ritornato a Larino, Giuseppe Palmieri riuscì a sposare la donna amata, e, appresa tale notizia, il Conte, folle di rabbia, fece circondare la suddetta sede dai suoi uomini.
Ordunque, alla luce della situazione venutasi a creare, il Palmieri uccise il Conte in termini non dissimili dalla vicenda storicamente avvenuta riguardante il Principe Stadera.
In effetti, in maniera similare, l’uccisione avvenne, pure in questa storia, in un luogo vicino al convento dei Cappuccini, così come l’omicidio venne realizzato mediante un’arma da fuoco (e, segnatamente, tramite una pistola).
Un riferimento, quindi, letterale (ma anche storico, sebbene solo indirettamente), che “vede”, seppur nell’ambito di una storia di amore che sfocia in un fatto criminoso, il Molise, per il tramite di un suo paese, ossia Larino, richiamato in uno libro realizzato da uno scrittore di indubbia fama internazionale.
[1]G. MAMMARELLA, Una rappresentazione scenica tratta da una storia vera: vicende larinesi del 1679-1690, in https://www.diocesitermolilarino.it/una-rappresentazione-scenica-tratta-da-una-storia-vera-vicende-larinesi-del-1679-1690/.
[2]Sull’argomento, vedasi: G. MAMMARELLA, La congiura del 1679, La vera storia dell’agguato al Duca di Carafa di Sangro, 7 febbraio 2016, Mnamon.
[3]A sua volta l’autore Mammarella, nello scritto citato nella nota precedente, individuava la morte di tale barone alla luce di un apposito atto dell’anagrafe ecclesiale, che descriveva il decesso in questione nei seguenti termini: “A. D. 1679 giorno 1 del mese di maggio. L’Ill.mo D. Francesco Carafa, Possessore e Signore di questa Città di Larino, di anni trentacinque […] nel luogo presso il Convento dei Cappuccini, raggiunto da due colpi di archibugio colpito nel petto e nel femore […], nello stesso luogo rese l’anima a Dio […]”. L’agguato in questione, venne così descritto da Antonio (de) Palma: “[…] fu ammazzato D. Francesco Carafa Padrone di Larino da sotto alli Cappuccini con due scoppettate che ritornava da Campomarino in Galessa e si portava con esso 40 Guardiani e l’ammazzò l’Abbate Gaetano Cornacchiello e Raimondo di Raimondo per gran trapazzi ricevuti […] il primo di maggio 1679”(G. MAMMARELLA, Una rappresentazione scenica tratta da una storia vera: vicende larinesi del 1679-1690, in https://www.diocesitermolilarino.it/una-rappresentazione-scenica-tratta-da-una-storia-vera-vicende-larinesi-del-1679-1690/.).
[4]Presentazione, da parte del Presidente (all’epoca) del Rotary Club Larino nel 1988, Prof. Dott. Mario Ardizzone, del libro “Un regno insanguinato” di Alexandre Dumas (ristampato dalla Casa editrice Lampo di Campobasso nel 1988).





